Terre di Francesco

 

 

 

 

 

 


n mondo in miniatura, ecco cosa si è creato nell’altopiano reatino. Circondato dai massici del Monte Terminillo e del Monte Tancia, una distesa di campi dove prima sorgeva un lago, ancora visibile in una parte della valle, che alimenta il fiume velino e che culmina in una caduta libera di 165m, le Cascate delle Marmore. La Valle è famosa per i quattro santuari nei quali San Francesco realizzò il primo presepe della storia, scrisse il Cantico delle creature e la regola dell’ordine francescano, ricevette il perdono per i suoi peccati. Ma nella valle il visitatore può anche sperimentare sette secoli di storia, dai gastaldati longobardi alla nascita delle città medievali, passando per le rocche imperiali ed i borghi incastellati dell’inizio del secondo millennio. Un viaggio nel cuore del medioevo.



n mondo in miniatura, ecco cosa si è creato nell’altopiano reatino. Circondato dai massici del Monte Terminillo e del Monte Tancia, una distesa di campi dove prima sorgeva un lago, ancora visibile in una parte della valle, che alimenta il fiume velino e che culmina in una caduta libera di 165m, le Cascate delle Marmore. La Valle è famosa per i quattro santuari nei quali San Francesco realizzò il primo presepe della storia, scrisse il Cantico delle creature e la regola dell’ordine francescano, ricevette il perdono per i suoi peccati. Ma nella valle il visitatore può anche esperimentare sette secoli di storia, dai gastaldati longobardi alla nascita delle città medievali, passando per le rocche imperiali ed i borghi incastellati dell’inizio del secondo millenio. Un viaggio nel cuore del medioevo.


Scorci


Scorci della Valle Santa e Terminillo

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Tour


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lettera-capitolare-se potessimo saltare su una macchina del tempo e ritrovarci in questa stessa valle all’incirca 800 anni fa, innanzitutto vedremmo molti meno campi e molto più lago, ma poi ci potremmo ritrovare faccia a faccia con il patrono d’Italia in persona, San Francesco d’Assisi, che scendeva spesso da queste parti ad educare la gente alla fede cristiana e a pregare circondato dalla natura. Nei luoghi dove lui abitò sono stati poi costruiti quattro bellissimi santuari di pace e tranquillità, ed è a causa sua che la Piana Reatina è anche conosciuta come “Valle Santa”. E mentre la Piana si stende tutta a nord e a ovest di Rieti, a est si staglia il massiccio del Terminillo, detto la “montagna di Roma” perché frequentato da molti romani, che supera i 2.217 metri e si trasforma in stazione sciistica durante l’inverno.

Non manca niente, insomma. Soprattutto se consideriamo che la Piana è anche la valle del fiume Velino, che scorre limpido da sud a nord e da est a ovest, e ospita ben cinque laghi di diversa grandezza: il lago di Piediluco in provincia di Terni e i laghi di Ventina, Lungo, di Fogliano e di Ripasottile in quella di Rieti; i laghi Lungo e Ripasottile formano anche una riserva naturale famosa per il birdwatching. Canali, fiumiciattoli e sorgenti abbondano da queste parti perché dalla Preistoria la conca reatina fu completamente occupata da un enorme lago a forma di cuore, da cui usciva qualche isolotto qua e là. Il fiume Velino, infatti, era ricchissimo di carbonato di calcio a causa dell’attività vulcanica nella zona, e piano piano le acque iniziarono a sedimentare calcare e a creare dislivelli e sbarramenti di roccia, che impedivano al fiume di scorrere: si formò così il Lacus Velinus. Negli anni, il lago si alzava e abbassava spesso, causando lo sviluppo di paludi. Con la conquista romana, il console Manio Curio Dentato ordinò nel 271 a.C. la prima bonifica del lago, che portò alla deviazione del fiume fino a creare la Cascata delle Marmore in provincia di Terni, in Umbria, tra le più alte d’Europa. La massa d’acqua che si gettava nel Nera, a quel punto, era notevole, e una volta i ternani fecero causa ai reatini per sistemare la questione delle dighe e dei canali; questi ultimi, però, difesi in tribunale da Cicerone in persona, riuscirono a far restare tutto così com’era.

Qualche anno fa il professore Roberto Marinelli scrisse: “La bonifica scandisce il tempo di tutta la storia reatina, dall’immemorabile ai nostri giorni. Le opere che ha prodotto sono, in larga misura, geologizzate nel  terreno, quasi confuse con quelle della natura.” E aveva ragione, perché oggi i reatini non potrebbero mai immaginare la Piana diversamente da quella che è, con i suoi fertili campi coltivati e le acque ricche di pesci. Fa parte della loro economia, storia, cultura, identità: è stata alla base della rivoluzione agroindustriale reatina del Novecento e ha dato forma all’immagine della città e di tutti i borghi circostanti, anche se è stata ribonificata più volte e un architetto ci lasciò le penne nel Cinquecento ammalandosi di malaria. Ma oggi è una valle ricca e sanissima, e oltre che per fare tappa ai quattro santuari, vale la pena fare un giro qui e sulle montagne che la circondano per molti motivi diversi: per esempio, per visitare i resti della villa del senatore romano Quinto Assio, l’Abbazia cistercense di San Pastore con la sua chiesa enorme, o il Castello di Terria con le sue storie di fantasmi; passeggiare per le stradine in pietra dei borghi medievali di Labro, Greccio, Cantalice o Morro Reatino; rintracciare i dipinti di Franco Bellardi sparsi per le chiese della valle, da Colli sul Velino a Rivodutri, e attraversare qui la misteriosa porta alchemica ancora tutta da decifrare; tornare nel Cinquecento con il Palio del Velluto di Leonessa o l’Attacco al Castello di Contigliano; cimentarsi nel parapendio e nel deltaplano nel cielo sopra Poggio Bustone, o, per i meno coraggiosi, sentirsi i protagonisti di un quadro (post)impressionista godendosi una passeggiata in bicicletta fra i campi di girasoli.

lettera-capitolare-il saio da frate, i piedi scalzi, lo sguardo benevolo: ce lo immaginiamo così San Francesco, un uomo pio ma caparbio, che chiamava la morte “sorella” e abbracciava i lebbrosi, che era nato ricco e aveva dato tutto ai poveri, che parlava agli uccelli e domava i lupi. Poche figure religiose al mondo sono amate quanto San Francesco d’Assisi. Per molti rappresenta un esempio da seguire, un ritorno alla Chiesa delle origini, la fede più pura, l’amore fraterno tra gli uomini e l’armonia più totale con la natura. Ma gli abitanti della Valle Santa reatina hanno un motivo in più per sentirsi legati al santo: lo vedono un po’ come uno di loro, un uomo che ha saputo apprezzare le bellezze dei loro paesaggi e ha avuto la pazienza di predicare alle genti rozze che abitavano allora da queste parti, capendole e amandole tanto quanto loro amavano lui.

Quando arrivò qui per la prima volta nel 1208, a Poggio Bustone, Francesco aveva 27 anni. Ne erano passati solo due dalla famosa “Rinuncia ai beni terreni” dipinta da Giotto, quando si era spogliato davanti a tutti e aveva ridato al padre i vestiti, simbolo di una vita che non sentiva più sua. Nato Giovanni di Pietro di Bernardone ma chiamato Francesco dal padre mercante in onore della Francia, da giovane era stato un ragazzo come tanti della sua estrazione sociale: passava le giornate a divertirsi con gli amici e ad aiutare il padre al lavoro, sognando di combattere un giorno in una grande guerra. Quando provò a partecipare alla Quarta Crociata, però, si ammalò ed ebbe delle visioni che gli fecero cambiare definitivamente idea, dopo che aveva già sofferto la prigionia durante la guerra tra Assisi e Perugia. Per riprendersi dalla malattia passò del tempo in campagna, circondato dalla natura, e tutto questo contribuì a fargli riconsiderare il suo percorso di vita: non voleva essere più né artefice né testimone delle devastazioni fisiche e psicologiche causate dalla guerra, ma cercare piuttosto di costruire un mondo migliore affidandosi a Dio.

Iniziò allora a predicare nella campagna dell’Umbria, e sempre più gente si univa a lui. Arrivò presto ai borghi della conca reatina, un po’ a piedi, un po’ in barca, e amava starsene in piccoli eremi tra le montagne a pregare, quando non era tra la gente a parlar loro del Signore. A Poggio Bustone un angelo gli confermò che tutti i peccati di gioventù gli erano stati perdonati, e gli fu predetto che la sua missione di pace avrebbe avuto un larghissimo seguito. Sicuramente l’aiutò il fatto di essere un tipo simpatico e molto persuasivo. A Greccio divenne subito amico del governatore e, di ritorno da Betlemme, lo convinse a mettere in scena una rappresentazione della natività: quello fu il primo presepe della storia. Fu a Fontecolombo, invece, che scrisse la Regola dell’Ordine poi approvata dal papa, e a La Foresta compose una parte del Cantico delle Creature mentre curava la sua malattia agli occhi e con un miracolo assicurò al sacerdote che lo ospitava il vino per quell’anno, dopo che i reatini gli avevano distrutto la vigna nella foga di andare a trovare il santo.

Poggio Bustone, Greccio, Fontecolombo e La Foresta sono i luoghi dei quattro santuari francescani della Valle Santa, eretti dopo la morte del santo. Francesco era spesso da queste parti anche perché in quegli anni il papa si trovava a Rieti, e gli serviva la sua approvazione. Quindi il santo soggiornò anche nel capoluogo per un certo periodo, e la Chiesa di San Francesco è stata costruita là dove aveva fondato un piccolo oratorio per curare i malati. Un altro luogo che ricorda il passaggio del santo è il Faggio di San Francesco a Rivodutri, che ha una forma così strana che si dice si sia piegato per proteggere il santo durante un temporale; al Tempio Votivo sul Terminillo, invece, è conservata una parte delle sue ceneri. Ma la morte del corpo non ha ucciso lo spirito, e due santi della valle hanno saputo raccogliere il suo messaggio e seguire il suo esempio: San Felice da Cantalice e San Giuseppe da Leonessa, due devotissimi frati cappuccini.

 

 

 

lettera-capitolare-jnutile negare che dopo le invasioni barbariche che fecero cadere metà dell’Impero Romano, la situazione in Italia non era delle più rosee. Più che altro serviva di ristabilire un certo ordine sociale e, dopo una breve parentesi con gli Ostrogoti, arrivarono in Italia – e anche a Rieti – i Longobardi. Ebbero forse più successo perché parlavano una lingua più comprensibile? Chi lo sa. Sicuramente si integrarono meglio con le popolazioni della penisola, emanando perfino leggi in latino e convertendosi al cattolicesimo. I Longobardi sono stati fondamentali nella creazione dell’Italia come la conosciamo oggi, e non solo per avere introdotto nomi tipicamente germanici come Alberto e Raimondo. L’unione tra la società longobarda e quella latina è stata all’origine dell’Italia del Medioevo, prima del feudalesimo e poi delle Signorie come organizzazioni sociali. Ma procediamo per gradi.

Quando nel 568 i Longobardi scesero in Italia dalla Germania, all’inizio non erano proprio dei tipi così tranquilli. Erano divisi in “fare”, cioè famiglie molto numerose derivate dallo stesso capostipite, che erano delle vere e proprie bande armate con tanto di capo militare. Il re Alboino ne aveva 35 di questi condottieri, ognuno con la propria fara, la propria famiglia al seguito. Ogni fara ebbe diritto a delle terre, e ancora oggi tanti toponimi italiani ricordano questo passaggio, come anche Fara in Sabina in provincia di Rieti. Le fare si impadronirono presto degli antichi fundi romani prendendo il posto dei signori di allora. Ne conseguì una mescolanza tra società longobarda e società romana, tra mondo tribale e schiavitù romana, dato che gli schiavi rimasero lì a coltivare i campi come avevano sempre fatto: cambiava solo il padrone. Da questa fusione nascerà pian piano il feudalesimo.

Il territorio era suddiviso in Ducati, ognuno conteneva più Gastaldati: così il Gastaldato di Rieti, quello di Narnate (Leonessa) e quello di Antrodoco erano nel Ducato di Spoleto. Erano delle sorte di centri amministrativi. I condottieri che combattevano al fianco del re germanico in caso di guerra, i duchi, erano legati a lui da una sorta di patto: dovevano al re fedeltà, abilità militare e prontezza a combattere, e in cambio chiedevano onori, protezione e una rendita economica dalla gestione delle province del reame. Diventavano gewas, da cui viene l’italiano “vassallo”, e avevano il compito di gestire i territori che gli erano stati affidati, cosa che poi cominciarono a fare anche con l’aiuto di wald gewas: i valvassori. Questo sistema non funzionava molto: i duchi di Spoleto e di Benevento erano praticamente indipendenti dal Re longobardo di Pavia. Con Carlo Magno questo modo dei germanici di rapportarsi tra loro divenne una regola, quella del Sacro Romano Impero. E piano piano il re-imperatore non affidava più solo delle terre, ma anche i castelli costruiti per difenderle, che diventavano ora proprietà ereditaria dei signorotti: è quello che accadde nella Piana Reatina con l’investitura di Aldobrandino de’ Nobili a Signore di Labro da parte di Ottone I, che gli affidò 12 castelli nella valle e tutte le terre in mezzo. È per questo che tanti nobili vivevano in torri e castelli e avevano nomi germanici.

Fino a quel momento erano state le campagne al centro dell’economia, piuttosto che le città, ma la straordinaria crescita demografica che si verificò dopo l’anno Mille ribaltò la situazione. La gente andò a vivere sotto ai castelli dei nobili, creando i borghi incastellati. Ma quando arrivarono i Re Angiò di Napoli, il feudalesimo aveva i giorni contati. Distruggendo Narnate, vecchio centro del Gastaldato longobardo, costruirono al suo posto Leonessa, una città commerciale. Le città stavano diventando the place to be, i luoghi in cui la vita pulsava e si faceva cultura; i nobili si annoiavano in campagna e decisero di trasferirsi, di rinnovarsi: nella provincia di Rieti l’esempio più lampante è proprio Leonessa, dove diventarono commercianti di tessuti e investirono in macchinari creando una sorta di industria del tessile pre-capitalistica. Ma i nobili di Leonessa venivano da sesti diversi e non andavano proprio d’amore e d’accordo. Quello che può succedere in casi simili si è visto e Firenze con la Congiura dei Pazzi contro i Medici, o con le battaglie tra Assisi e Perugia nel Duecento, ma per fortuna la situazione non fu mai tanto tragica.

Nel 1200 Rieti è un libero Comune papale, Napoli appartiene all’impero germanico, la borghesia e la Chiesa sono sempre più forti, i cittadini iniziano ad autogestirsi e risolvere da soli i propri problemi. Con la costruzione della cattedrale e del palazzo papale e l’ampliamento delle mura, Rieti diventò una vera e propria città. Il Papa a Rieti canonizzò San Domenico da Guzman e ricevette San Francesco, fondatori dei due principali ordini mendicanti. Infatti, con gli ordini mendicanti, la Chiesa andrà dalla gente, contrariamente a quanto facevano le grandi abbazie che illuminavano il mondo isolati nei loro possedimenti feudali. La Valle Santa, che appartenne poi per secoli allo Stato della Chiesa, ha mantenuto per molto tempo questo “habitat feudale”: fino a poco fa i proprietari terrieri più grandi erano proprio la Chiesa e le grandi famiglie nobiliari di Rieti, e ancora oggi la valle è strutturata così, con una pletora di abbazie, conventi, casali, castelli e borghi fortificati tutti da scoprire.

 

 

lettera-capitolare-oggi, abituati a vivere nelle città e a ritrovarci tutto già bello pronto e confezionato, tendiamo a non pensare a come quello che mangiamo arriva nei supermercati, o a come è stato fatto quel maglione tanto caldo che ci hanno regalato per Natale. E anche se ce lo chiedessimo, ormai spesso tutti questi prodotti, dalla carne al formaggio ai vestiti, vengono da animali allevati secondo le modalità moderne dell’allevamento intensivo, con tutte le procedure standardizzate che assicurano una maggiore produzione e una più lunga conservazione per rispondere alle richieste del mercato. Ma nei piccoli centri della Valle Santa le cose non sono poi così diverse rispetto a qualche anno fa. E, nonostante le stalle e i mangimi, sopravvivono ancora i piccoli allevatori, moderni pastori, che non rinunciano a portare le loro greggi tra i pascoli dei Monti Reatini, a degustare l’erba e l’acqua che offre la terra che calpestano, a respirare l’aria dei luoghi in cui sono nate. Perché da sempre, qui, vige la cultura della transumanza.

Già la parola stessa, “transumanza”, che viene dal latino trans (“attraverso”) e humus (“terra”), rende bene l’idea di che cosa si tratta. I pastori dovevano sempre poter offrire ai loro animali erba fresca, e questo non era possibile quando in montagna arrivava l’inverno con il freddo e la neve. Cosa facevano, allora? Beh, aiutati dai loro cani migravano in pianura, verso il mare, seguendo i tratturi che affiancavano le grandi vie commerciali, come la Salaria. I Sabini già praticavano la transumanza prima che arrivassero i Romani, e questa pratica si intensificò a dismisura nel Millequattrocento, quando papa Sisto IV obbligò tutti i pastori del Regno della Chiesa a portare le greggi a svernare nell’Agro Romano realizzando un viaggio lungo le vie consolari della Salaria e la Flaminia. Ma la vita della transumanza non era certo facile: oltre a dover passare mesi lontano da casa, dovevano anche allestire recinti per gli animali e villaggi provvisori in cui abitare, oltre a fare quello che facevano anche a casa, ovvero tosare le pecore, mungerle, fare i formaggi, andarli a vendere… Oggi con le nuove tecnologie e mezzi a disposizione si preferisce la transumanza breve, chiamata “monticazione”: non si parte più per mesi, ma le greggi restano al riparo durante l’inverno e vengono portate ai prati durante l’estate, così che nella bella stagione i pastori diventano quasi dei pendolari tra le vette e le valli dell’Appennino e dell’Antiappennino. Quel che è certo è che da queste parti il pastore, sempre responsabile e premuroso, ha davvero “l’odore delle sue pecore”, per dirla alla Papa Francesco.

La transumanza, quindi, è una pratica antichissima, seppur in tutte le sue varianti. Per secoli, anzi, millenni, sull’Appennino Laziale la gente è sopravvissuta grazie ai loro animali, soprattutto pecore, da cui potevano ricavare di tutto. È per questo che Leonessa è diventata così famosa nel mercato dei tessuti, senza contare che Amatrice, patria dell’Amatriciana, non è affatto lontana. La transumanza ha permesso alle genti di viaggiare e mescolarsi, di conoscere altre tradizioni e di “contaminarle”, di modellare a poco a poco la cultura di queste terre fino alla costa tirrenica e a quella adriatica. Il pecorino e l’amatriciana sono arrivati fino a Roma anche grazie ai flussi di pastori che venivano dalla Sabina, che si portavano dietro il loro zaino da montanari e tornavano tra le montagne con il prezioso sale di Ostia, usato per dar da mangiare alle pecore e conservare i cibi. E già allora i pastori avevano nello zaino il pecorino, che insieme alla ricotta è uno dei formaggi più amati da queste parti. Per quanto riguarda le ricette di carne, imperdibili sono gli gnocchi al castrato e la buonissima “pecora allu callaru” di Leonessa.

 

 

 

Città e mercati


Città e mercati



Ritratti


Ritratti

Bussole


QUANDO VISITARE

 

INVERNO: il territorio è composto da due altopiani e due massicci montuosi. In inverno si possono praticare sport di montagna ed assaggiare i piatti tipici locali come gli gnocchi al castrato e l’abbacchio. Con il Natale a Greccio ci sono le rappresentazioni teatrali del presepe vivente di San Francesco.

PRIMAVERA: in primavera, con lo scioglimento delle nevi il fiume Velino cresce e regala colori unici dal turchese all’azzurro, la natura rigogliosa ed i lavori dei campi cambiano i colori della valle.

ESTATE: ci sono numerose attività all’aperto, incontrerete greggi di pecore sul Terminillo e potrete passeggiare tra i campi di girasoli. Ci sono molti eventi come il Palio del Velluto, l’Assalto al Castello, i Calici sotto le stelle.

AUTUNNO: l’autunno è il periodo della vendemmia e dei raccolti più importanti. Cosi ci sono le grandi sagre come quella della patata di Leonessa e quella della porchetta di Poggio Bustone.

COME ARRIVARE

 

DA ROMA: prendete la SuperStrada Salaria all’altezza di Ponte Salario, Rieti si trova a metà del percorso verso l’Adriatico, a 80 km da Roma. A Rieti troverete numerosi pullman COTRAL accanto alla stazione ferroviaria, che vi porteranno nei diversi Comuni rurali. Altrimenti in macchina potete attraversare la Piana di Rieti seguendo le strade del Tancia, di Chiesa Nuova e di Quattro Strade.

DA TERNI: per chi decide di prendere il treno da Fiumicino, cambiare ad Orte per Terni ed a Terni per Rieti. Il viaggio durerà 2 ore. In macchina con il cavalcavia e la nuova strada arriverete nella valle in 15 minuti.

PULLMAN: COTRAL da Roma Tiburtina.

LINGUA

 

L’italiano è parlato da tutti, anche se le inflessioni dialettali non sono poche.

Il dialetto reatino fa parte dei dialetti sabini, cosi come l’aquilano. Non troverete significative differenze con il ternano o l’ascolano. Si dice che il reatino sia quello che rimane oggi di più simile al latino, con espressioni come “illu” o “issu” per “quello” e “questo”.

Purtroppo, l’inglese o altre lingue non sono molto parlate qui, quindi servirà uno sforzo di integrazione per i turisti stranieri.

Ci sono comunità straniere come i belgi di Labro ed i Francesi di Leonessa.

MOBILITA'

La stazione di Pullman si trova a Rieti presso la stazione Ferroviaria. La valle è percorribile a piedi ed in bicicletta lungo i percorsi del Cammino di Francesco e della pista ciclabile.


Bussole


QUANDO VISITARE

 

INVERNO: il territorio è composto da due altopiani e due massicci montuosi. In inverno si possono praticare sport di montagna ed assaggiare i piatti tipici locali come gli gnocchi al castrato e l’abbacchio. Con il Natale a Greccio ci sono le rappresentazioni teatrali del presepe vivente di San Francesco.

PRIMAVERA: in primavera, con lo scioglimento delle nevi il fiume Velino cresce e regala colori unici dal turchese all’azzurro, la natura rigogliosa ed i lavori dei campi cambiano i colori della valle.

ESTATE: ci sono numerose attività all’aperto, incontrerete greggi di pecore sul Terminillo e potrete passeggiare tra i campi di girasoli. Ci sono molti eventi come il Palio del Velluto, l’Assalto al Castello, i Calici sotto le stelle.

AUTUNNO: l’autunno è il periodo della vendemmia e dei raccolti più importanti. Cosi ci sono le grandi sagre come quella della patata di Leonessa e quella della porchetta di Poggio Bustone.

COME ARRIVARE

 

DA ROMA: prendete la SuperStrada Salaria all’altezza di Ponte Salario, Rieti si trova a metà del percorso verso l’Adriatico, a 80 km da Roma. A Rieti troverete numerosi pullman COTRAL accanto alla stazione ferroviaria, che vi porteranno nei diversi Comuni rurali. Altrimenti in macchina potete attraversare la Piana di Rieti seguendo le strade del Tancia, di Chiesa Nuova e di Quattro Strade.

DA TERNI: per chi decide di prendere il treno da Fiumicino, cambiare ad Orte per Terni ed a Terni per Rieti. Il viaggio durerà 2 ore. In macchina con il cavalcavia e la nuova strada arriverete nella valle in 15 minuti.

PULLMAN: COTRAL da Roma Tiburtina.

LINGUA

 

L’italiano è parlato da tutti, anche se le inflessioni dialettali non sono poche.

Il dialetto reatino fa parte dei dialetti sabini, cosi come l’aquilano. Non troverete significative differenze con il ternano o l’ascolano. Si dice che il reatino sia quello che rimane oggi di più simile al latino, con espressioni come “illu” o “issu” per “quello” e “questo”.

Purtroppo, l’inglese o altre lingue non sono molto parlate qui, quindi servirà uno sforzo di integrazione per i turisti stranieri.

Ci sono comunità straniere come i belgi di Labro ed i Francesi di Leonessa.

MOBILITA'

La stazione di Pullman si trova a Rieti presso la stazione Ferroviaria. La valle è percorribile a piedi ed in bicicletta lungo i percorsi del Cammino di Francesco e della pista ciclabile.