Botteghe Reatine

 

 

 

 

 

 

 


lettera-capitolare-cittadina medievale del Centro Italia, città papale di confine, città umbra e laziale, Umbilicus Italiae. Rieti è attraversata da un fiume azzurro nel quale si riflette il tufo dei suoi palazzi storici e dei campanili delle sue chiese romaniche. La capitale dei Sabini, metropoli (in greco “madrepatria”) di Cures, a sua volta metropoli di Roma, Rieti è stata sede papale quando qui veniva concesso a San Francesco di predicare. La sua cultura è impregnata di transumanza, che lungo la via Salaria portava i pastori amatriciani attraverso il confine del Regno di Napoli fino a Roma, e con loro il famoso primo piatto.



lettera-capitolare-cittadina medievale del Centro Italia, città papale di confine, città umbra e laziale, Umbilicus Italiae. Rieti è attraversata da un fiume azzurro nel quale si riflette il tufo dei suoi palazzi storici e dei campanili delle sue chiese romaniche. La capitale dei Sabini, metropoli (in greco “madrepatria”) di Cures, a sua volta metropoli di Roma, Rieti è stata sede papale quando qui veniva concesso a San Francesco di predicare. La sua cultura è impregnata di transumanza, che lungo la via Salaria portava i pastori amatriciani attraverso il confine del Regno di Napoli fino a Roma, e con loro il famoso primo piatto.

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Tour

ome disse Edward Lear durante il suo Grand Tour, la bellezza di Rieti e del suo territorio “può essere poco apprezzata solo da un visitatore frettoloso”. Rieti è una città che merita di essere scoperta e assaporata con curiosità e pazienza, perché non è una cittadina facile, di primo acchito. Per via della sua posizione ai margini di una valle circondata da montagne, tende a rimanere chiusa su se stessa, come un riccio che ha trovato la sicurezza nei propri aculei e ha paura di tornare alla scoperta del mondo che lo circonda.

Ma Rieti è tanto, e ha dato tanto. Anticamente considerata l’Umbilicus Italiae, il centro d’Italia, Rieti fu la città principale dei Sabini, popolo italico dalla grande religiosità e così combattivo che quando il console Marco Orazio Barbato riuscì a sopraffare l’esercito sabino gli fu dedicato il primo trionfo della storia romana. Alla fondazione di Roma è legato il mito del ratto delle Sabine, del rapimento delle donne locali da parte di Romolo e dei suoi uomini quando si resero conto che servivano anche membri del genere femminile per popolare una nuova città. E il legame con Roma si è sempre sentito, trovandosi la capitale a soli 80 chilometri di distanza. Rieti, dopotutto, divenne presto una città romana, sotto quel potere così forte che per secoli non ebbe eguali nel mondo. Il territorio di Rieti consegnò alla Caput Mundi il padre del Colosseo, l’imperatore Vespasiano, a cui è oggi dedicato il teatro più grande del capoluogo, famoso nel mondo per la sua acustica straordinaria. La natura di questi luoghi fu invece tanto amata da Cicerone, che li paragonò alla valle di Tempe in Grecia, regione favorita di Apollo e delle Muse.

Montagne, colline, valli, sorgenti, fiumi, laghi, boschi: la natura che circonda la città è rigogliosa e variegata, e il Velino scorre limpido per Rieti e il suo territorio fino alle Cascate delle Marmore in provincia di Terni, tra le più alte e belle in Europa. Natura significa anche sport, dallo sci sul Terminillo all’atletica leggera (molti record sono stati battuti al Guidobaldi durante il Rieti Meeting), fino all’aliante, grazie alle particolari condizioni meteorologiche che fanno di Rieti un centro internazionale per il volo a vela. Della bellezza della sua natura se ne rese conto anche San Francesco, quando soggiornò qui e nei paesi vicini di Greccio e Poggio Bustone nel corso del Duecento. Ed è forse per lo stesso motivo che Rieti fu la città prediletta di ben cinque papi, che scelsero questa città per fuggire dal caos di Roma. Le mura che circondano oggi il centro storico risalgono a quel periodo, e abbracciano la città da quasi 800 anni.

Provincia dal 1927, oggi Rieti è una cittadina placida, tranquilla, ma nel Sei e Settecento era nelle mani delle grandi famiglie nobiliari, che permisero alla città di abbellirsi delle opere barocche e neoclassiche di Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen. Nell’Ottocento Giuseppe Garibaldi formava qui l’esercito della Repubblica Romana, mentre fu nel secolo scorso che si tentò la grande rivoluzione agroindustriale del grano e della barbabietola da zucchero, per cui Rieti fu una città pioniera in Italia e che portò all’espansione dei confini cittadini.

lettera-capitolare-p

rima di Roma, c’era Rieti. Due città dal legame indissolubile, dal momento che il territorio di Rieti ha dato i natali a re e imperatori romani e i suoi abitanti, i Sabini, hanno contribuito alla fondazione e all’espansione di Roma stabilendosi fino al Tevere e al colle Quirinale. La città per secoli si chiamò Reate, ma non si sa bene quale sia l’origine di questo nome. Forse viene da Rea, dea greca della terra e grande madre di tutti gli dei. Rieti, quindi, non è una giovincella, ma data la bellezza e la ricchezza della natura di questo territorio, ricco di acque e protetto dai monti, non stupisce che i popoli antichi volessero accaparrarselo già dal IX secolo a.C. All’estremità sud-est della conca reatina, ai piedi del monte Terminillo che domina tutte le vedute cittadine, questa terra bagnata dal Velino pare che fu abitata dagli Umbri, dagli  Aborigeni e infine dai Sabini, che vi fondarono la città.

Lo storico Strabone racconta che i Sabini “dedicarono ad Ares tutti i figli che nascevano e quando questi furono adulti li mandarono via alla ricerca di nuove terre.” Secondo Plinio il Vecchio i Sabini erano un popolo molto religioso, e a quanto pare erano parecchio combattivi, tanto che le loro città non avevano nemmeno mura difensive. Sembrava che non si sarebbero fermati davanti a niente, ma i Romani ovviamenti riuscirono ad assoggettarli e già poco dopo la fondazione della Caput Mundi si svolse quello che è noto come l’episodio del “Ratto delle Sabine”. Che questo rapimento di massa sia stato un vero episodio storico o no, sta comunque a simboleggiare che l’unione con i Sabini fu necessaria per l’espansione di Roma. A Rieti, i Sabini abitavano sul colle che oggi forma il centro storico: dava sulla Via Salaria e vi si controllava tutto il commercio che conduceva al Mar Tirreno. Ovvio che i Romani lo volessero per sè, e nel 290 a.C. Rieti fu definitivamente annessa a Roma per mano del console Manio Curio Dentato, che bonificò anche il lago acquitrinoso intorno a Rieti, potenziò l’agricoltura nella piana reatina e deviò il corso del Velino così da formare la Cascata delle Marmore.

Nelle mani dei Romani, la città si ampliò. Furono aggiunte le mura (oggi ancora in parte visibili in Via Tancredi, a metà Via Roma dov’era la porta e sulla facciata dell’Hotel Miramonti); furono costruiti l’antico Ponte Romano (i resti affiorano dalle acque al di sotto del nuovo) e in età imperiale il viadotto – oggi Via Roma – con cui la Via Salaria superava il Velino e i cui resti sono nella Rieti sotterranea. All’epoca dei Sabini, infatti, l’acqua era molto più alta perché la zona non era ancora stata bonificata, e per arrivare su in città si attraversava il fiume dov’è oggi il ponte di legno, con una rampa dov’è Via del Mattonato. Ma sappiamo che ai Romani piacevano le cose dritte e squadrate, e diedero alla città una pianta ortogonale con un cardo (Via Roma) e un decumano (Via Garibaldi e Via Cintia). A destra e a sinistra del viadotto costruirono due anfiteatri, dove sono oggi Largo San Giorgio e la Sala dei Cordari. Al museo archeologico di Rieti potete osservare diversi reperti sabini e romani e immaginare un po’ come viveva la gente da queste parti più di 2000 anni fa; inoltre, gli scavi sono ancora in corso sotto a Palazzo Aluffi in Via Cintia.

lettera-capitolare-già quando i reatini erano ancora Sabini, Plinio il Vecchio scrisse che “i Sabini secondo alcuni sono chiamati Sebini a causa della loro religiosità e pietà”, pensando al verbo greco σέβομαι: “venero, onoro”. Non è sicuro che fosse quella l’origine del nome, ma sembra che il fervore religioso generale non sia molto cambiato nel tempo, anche se oggi l’oggetto di venerazione non è più la dea Vacuna quanto piuttosto Sant’Antonio (a Rieti non è sempre specificato, ma è Sant’Antonio da Padova). In alcune zone della provincia le tradizioni sabine e cristiane si sono addirittura fuse, come per esempio a Bacugno, frazione del comune di Posta, dove viene celebrata ogni 5 agosto la festa del toro ossequioso, fatto inginocchiare al cospetto di una statua di Maria in onore della Madonna della Neve. Secondo lo storico Strabone, il toro guidò i Sabini nella ricerca di nuove terre e là dove si inginocchiò fondarono una nuova città.

Il rapporto uomo-natura e città-campagna è sempre stato forte, da queste parti. È normale: si tratta di genti lontane dal mare che hanno sempre basato la propria economia sull’agricoltura nella Piana Reatina e l’allevamento sui Monti Sabini e Reatini, a stretto contatto con la terra e gli animali. Forse è anche per questo che i reatini sono tanto legati a San Francesco, l’uomo che predicava agli uccelli ed era amico dei lupi. A Rieti, tra la Cattedrale di Santa Maria Assunta e il Palazzo Papale c’è un monumento a San Francesco e ai quattro santuari francescani intorno a Rieti: La Foresta, Fontecolombo, Greccio e Poggio Bustone. San Francesco fu a Rieti per un certo periodo mentre curava un’infezione agli occhi e parlava con la curia papale del suo nuovo ordine di frati, e portò avanti tutta una serie di campagne di evangelizzazione rivolte agli abitanti di Rieti e provincia, che erano piuttosto rozzi e non troppo religiosi in quel particolare frangente, dato che la Chiesa stava passando un momento di crisi. Ovviamente, anche qui il santo compì un paio di miracoli, come il miracolo del vino a La Foresta (siamo pur sempre nel Centro Italia, il vino non manca mai) e quello del bambinello a Greccio, quando il pupazzo del Primo Presepe prese vita. A Poggio Bustone, invece, gli apparve l’angelo che gli disse tutti i suoi peccati di gioventù gli erano stati perdonati – a Francesco piaceva combattere in battaglia e fare baldoria con gli amici – mentre a Fontecolombo scrisse la Regola dell’ordine da presentare al papa.

Una decina di anni dopo Papa Gregorio IX rese santo San Domenico proprio nella cattedrale di Rieti, e anche quando i papi non c’erano più, la città rimase sempre legata al papato e allo Stato della Chiesa. Guelfa nel cuore, si abbellì allora delle mura medievali che vediamo oggi e che non si limitarono più ad abbracciare solo la parte alta della città come in epoca romana. Mentre la cattedrale era stata costruita là dove prima era il foro, nel cuore pulsante della città, molte chiese erano sorte lungo le vecchie mura per sorvegliare il via vai di gente e far pagare i pedaggi, e furono inglobate all’interno delle nuove mura. Sebbene la patrona cittadina sia Santa Barbara, forse martirizzata in provincia di Rieti, il santo più invocato rimane però Sant’Antonio, amatissimo già all’epoca della sua morte tanto che si era pensato di canonizzarlo qui, e a cui viene dedicata una lunga processione dei ceri – se ne occupa la Confraternita della Pia Unione – al culmine del giugno antoniano, in ricordo delle processioni notturne di protesta che i reatini misero in atto quando il santo fu infine canonizzato a Spoleto. I santi e i beati nati in provincia, comunque, sono moltissimi, tanto per ribadire la storica religiosità locale: San Prosdocimo, Beata Colomba, San Giuseppe e Beato Domenico da Leonessa, Santa Filippa Mareri e San Felice da Cantalice, il primo santo cappuccino, sono solo alcuni dei tanti.

lettera-capitolare-una parte fondamentale della storia di Rieti, quella che molti reatini oggi ancora ricordano con nostalgia, è stato il tentativo di rendere questa una città industriale sfruttando le potenzialità della piana. Con nostalgia perché per quasi tutto il Novecento lo zuccherificio di Rieti, il primo in Italia, rappresentò un punto di riferimento per l’intera nazione: aiutò la città a crescere sia dal punto di vista economico che demografico e ad espandersi, attirando anche lavoratori da fuori. Rieti sembrava sulla via dell’industrializzazione, e per di più compatibilmente a quella che per secoli era stata la fonte primaria di sostentamento locale, ovvero l’agricoltura. Nel Cinquecento, così si erano arricchite le grandi famiglie della città: diventando proprietari terrieri e aprendo aziende agricole nella piana.

La Piana Reatina, più volte bonificata a partire dal 271 a.C., essendo un antico lago è sempre stata particolarmente fertile, e mentre oggi si possono osservare distese infinite di girasoli e granoturco passeggiando in bicicletta lungo la pista ciclabile, le colture storiche della zona furono gli ortaggi, i cereali e il guado, usato nel Settecento per tingere di blu le divise dei soldati napoleonici. I maggiori proprietari terrieri nella zona furono i Vincentini, i Vecchiarelli e i Potenziani, a cui si devono le più belle ville in città e la graziosa torretta Potenziani nel cuore della piana. Fu proprio grazie ai Potenziani che l’imprenditore svizzero nel 1887 Emilio Maraini si interessò al neonato zuccherificio di Rieti per sviluppare la coltivazione e la lavorazione della barbabietola da zucchero: dalla collaborazione tra Emilio e il principe Giovanni Potenziani nacque una delle attività più produttive nella Rieti del Novecento. Maraini si stabilì a Rieti e costruì Villa Maraini in via Liberato di Benedetto, nello stile liberty in cui furono costruite anche le ville del quartiere dei Flavi, e ci visse con la moglie, la contessa svizzero-italiana Carolina Sommaruga. Insieme alla Supertessile, poi Viscosa, fino agli anni ‘70 lo zuccherificio fu una delle perle dell’industria reatina, e tutti e due gli stabilimenti si trovavano vicino a quello che oggi è Viale Maraini, una delle arterie principali della città.

Il figlio di Giovanni, il senatore Ludovico Spada Veralli Potenziani, fu invece essenziale in un’altra impresa: quella di Nazareno Strampelli. Il principe reatino concesse all’agronomo e genetista marchigiano alcuni terreni nella piana per creare delle varietà di grano particolarmente produttive e resistenti. Nel 1903 Strampelli aveva ottenuto a Rieti la Cattedra di Granicoltura e aveva scelto la piana come ambiente controllato per sviluppare grani ibridi proprio a partire dal tipo “Rieti”. Il grano è sempre stato un prodotto importante di queste terre, e tre spighe d’oro fanno addirittura parte della statua di Sant’Antonio portata in processione a fine giugno, in ricordo del raccolto miracoloso dopo la primavera piovosa del 1926. Le ricerche al Centro Strampelli di Rieti, comunque, furono un successone, e le “Sementi Elette” si sono diffuse in tutto il mondo, dall’Argentina all’Australia alla Cina.

Il principe Potenziani, aderente al mito futurista della velocità e della tecnologia, contribuì anche alla diffusione delle prime automobili a Rieti, dopo che il primo in assoluto  “strano veicolo, infarinato [e] rumoroso” aveva fatto il suo ingresso in città nel 1899; oggi si svolgono ancora a Rieti la Mille Miglia e la Coppa Carotti, e ci sono diversi club d’auto d’epoca e scuole di restauro. Poco dopo fu inaugurato l’aeroporto, intitolato al pilota Giuseppe Ciuffelli: aeroporto militare strategico durante la Seconda Guerra Mondiale, è oggi sede dell’Aero Club di Rieti, di una stazione meteorologica, del Reparto Volo del Corpo Forestale dello Stato e del poligono per l’addestramento della Scuola Interforze per la Difesa Nucleare Biologica e Chimica delle Forze armate italiane. Non ci si fa mancare niente, insomma.


Tour


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ome disse Edward Lear durante il suo Grand Tour, la bellezza di Rieti e del suo territorio “può essere poco apprezzata solo da un visitatore frettoloso”. Rieti è una città che merita di essere scoperta e assaporata con curiosità e pazienza, perché non è una cittadina facile, di primo acchito. Per via della sua posizione ai margini di una valle circondata da montagne, tende a rimanere chiusa su se stessa, come un riccio che ha trovato la sicurezza nei propri aculei e ha paura di tornare alla scoperta del mondo che lo circonda.

Ma Rieti è tanto, e ha dato tanto. Anticamente considerata l’Umbilicus Italiae, il centro d’Italia, Rieti fu la città principale dei Sabini, popolo italico dalla grande religiosità e così combattivo che quando il console Marco Orazio Barbato riuscì a sopraffare l’esercito sabino gli fu dedicato il primo trionfo della storia romana. Alla fondazione di Roma è legato il mito del ratto delle Sabine, del rapimento delle donne locali da parte di Romolo e dei suoi uomini quando si resero conto che servivano anche membri del genere femminile per popolare una nuova città. E il legame con Roma si è sempre sentito, trovandosi la capitale a soli 80 chilometri di distanza. Rieti, dopotutto, divenne presto una città romana, sotto quel potere così forte che per secoli non ebbe eguali nel mondo. Il territorio di Rieti consegnò alla Caput Mundi il padre del Colosseo, l’imperatore Vespasiano, a cui è oggi dedicato il teatro più grande del capoluogo, famoso nel mondo per la sua acustica straordinaria. La natura di questi luoghi fu invece tanto amata da Cicerone, che li paragonò alla valle di Tempe in Grecia, regione favorita di Apollo e delle Muse.

Montagne, colline, valli, sorgenti, fiumi, laghi, boschi: la natura che circonda la città è rigogliosa e variegata, e il Velino scorre limpido per Rieti e il suo territorio fino alle Cascate delle Marmore in provincia di Terni, tra le più alte e belle in Europa. Natura significa anche sport, dallo sci sul Terminillo all’atletica leggera (molti record sono stati battuti al Guidobaldi durante il Rieti Meeting), fino all’aliante, grazie alle particolari condizioni meteorologiche che fanno di Rieti un centro internazionale per il volo a vela. Della bellezza della sua natura se ne rese conto anche San Francesco, quando soggiornò qui e nei paesi vicini di Greccio e Poggio Bustone nel corso del Duecento. Ed è forse per lo stesso motivo che Rieti fu la città prediletta di ben cinque papi, che scelsero questa città per fuggire dal caos di Roma. Le mura che circondano oggi il centro storico risalgono a quel periodo, e abbracciano la città da quasi 800 anni.

Provincia dal 1927, oggi Rieti è una cittadina placida, tranquilla, ma nel Sei e Settecento era nelle mani delle grandi famiglie nobiliari, che permisero alla città di abbellirsi delle opere barocche e neoclassiche di Gian Lorenzo Bernini, Antonio Canova e Bertel Thorvaldsen. Nell’Ottocento Giuseppe Garibaldi formava qui l’esercito della Repubblica Romana, mentre fu nel secolo scorso che si tentò la grande rivoluzione agroindustriale del grano e della barbabietola da zucchero, per cui Rieti fu una città pioniera in Italia e che portò all’espansione dei confini cittadini.

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rima di Roma, c’era Rieti. Due città dal legame indissolubile, dal momento che il territorio di Rieti ha dato i natali a re e imperatori romani e i suoi abitanti, i Sabini, hanno contribuito alla fondazione e all’espansione di Roma stabilendosi fino al Tevere e al colle Quirinale. La città per secoli si chiamò Reate, ma non si sa bene quale sia l’origine di questo nome. Forse viene da Rea, dea greca della terra e grande madre di tutti gli dei. Rieti, quindi, non è una giovincella, ma data la bellezza e la ricchezza della natura di questo territorio, ricco di acque e protetto dai monti, non stupisce che i popoli antichi volessero accaparrarselo già dal IX secolo a.C. All’estremità sud-est della conca reatina, ai piedi del monte Terminillo che domina tutte le vedute cittadine, questa terra bagnata dal Velino pare che fu abitata dagli Umbri, dagli  Aborigeni e infine dai Sabini, che vi fondarono la città.

Lo storico Strabone racconta che i Sabini “dedicarono ad Ares tutti i figli che nascevano e quando questi furono adulti li mandarono via alla ricerca di nuove terre.” Secondo Plinio il Vecchio i Sabini erano un popolo molto religioso, e a quanto pare erano parecchio combattivi, tanto che le loro città non avevano nemmeno mura difensive. Sembrava che non si sarebbero fermati davanti a niente, ma i Romani ovviamenti riuscirono ad assoggettarli e già poco dopo la fondazione della Caput Mundi si svolse quello che è noto come l’episodio del “Ratto delle Sabine”. Che questo rapimento di massa sia stato un vero episodio storico o no, sta comunque a simboleggiare che l’unione con i Sabini fu necessaria per l’espansione di Roma. A Rieti, i Sabini abitavano sul colle che oggi forma il centro storico: dava sulla Via Salaria e vi si controllava tutto il commercio che conduceva al Mar Tirreno. Ovvio che i Romani lo volessero per sè, e nel 290 a.C. Rieti fu definitivamente annessa a Roma per mano del console Manio Curio Dentato, che bonificò anche il lago acquitrinoso intorno a Rieti, potenziò l’agricoltura nella piana reatina e deviò il corso del Velino così da formare la Cascata delle Marmore.

Nelle mani dei Romani, la città si ampliò. Furono aggiunte le mura (oggi ancora in parte visibili in Via Tancredi, a metà Via Roma dov’era la porta e sulla facciata dell’Hotel Miramonti); furono costruiti l’antico Ponte Romano (i resti affiorano dalle acque al di sotto del nuovo) e in età imperiale il viadotto – oggi Via Roma – con cui la Via Salaria superava il Velino e i cui resti sono nella Rieti sotterranea. All’epoca dei Sabini, infatti, l’acqua era molto più alta perché la zona non era ancora stata bonificata, e per arrivare su in città si attraversava il fiume dov’è oggi il ponte di legno, con una rampa dov’è Via del Mattonato. Ma sappiamo che ai Romani piacevano le cose dritte e squadrate, e diedero alla città una pianta ortogonale con un cardo (Via Roma) e un decumano (Via Garibaldi e Via Cintia). A destra e a sinistra del viadotto costruirono due anfiteatri, dove sono oggi Largo San Giorgio e la Sala dei Cordari. Al museo archeologico di Rieti potete osservare diversi reperti sabini e romani e immaginare un po’ come viveva la gente da queste parti più di 2000 anni fa; inoltre, gli scavi sono ancora in corso sotto a Palazzo Aluffi in Via Cintia.

lettera-capitolare-già quando i reatini erano ancora Sabini, Plinio il Vecchio scrisse che “i Sabini secondo alcuni sono chiamati Sebini a causa della loro religiosità e pietà”, pensando al verbo greco σέβομαι: “venero, onoro”. Non è sicuro che fosse quella l’origine del nome, ma sembra che il fervore religioso generale non sia molto cambiato nel tempo, anche se oggi l’oggetto di venerazione non è più la dea Vacuna quanto piuttosto Sant’Antonio (a Rieti non è sempre specificato, ma è Sant’Antonio da Padova). In alcune zone della provincia le tradizioni sabine e cristiane si sono addirittura fuse, come per esempio a Bacugno, frazione del comune di Posta, dove viene celebrata ogni 5 agosto la festa del toro ossequioso, fatto inginocchiare al cospetto di una statua di Maria in onore della Madonna della Neve. Secondo lo storico Strabone, il toro guidò i Sabini nella ricerca di nuove terre e là dove si inginocchiò fondarono una nuova città.

Il rapporto uomo-natura e città-campagna è sempre stato forte, da queste parti. È normale: si tratta di genti lontane dal mare che hanno sempre basato la propria economia sull’agricoltura nella Piana Reatina e l’allevamento sui Monti Sabini e Reatini, a stretto contatto con la terra e gli animali. Forse è anche per questo che i reatini sono tanto legati a San Francesco, l’uomo che predicava agli uccelli ed era amico dei lupi. A Rieti, tra la Cattedrale di Santa Maria Assunta e il Palazzo Papale c’è un monumento a San Francesco e ai quattro santuari francescani intorno a Rieti: La Foresta, Fontecolombo, Greccio e Poggio Bustone. San Francesco fu a Rieti per un certo periodo mentre curava un’infezione agli occhi e parlava con la curia papale del suo nuovo ordine di frati, e portò avanti tutta una serie di campagne di evangelizzazione rivolte agli abitanti di Rieti e provincia, che erano piuttosto rozzi e non troppo religiosi in quel particolare frangente, dato che la Chiesa stava passando un momento di crisi. Ovviamente, anche qui il santo compì un paio di miracoli, come il miracolo del vino a La Foresta (siamo pur sempre nel Centro Italia, il vino non manca mai) e quello del bambinello a Greccio, quando il pupazzo del Primo Presepe prese vita. A Poggio Bustone, invece, gli apparve l’angelo che gli disse tutti i suoi peccati di gioventù gli erano stati perdonati – a Francesco piaceva combattere in battaglia e fare baldoria con gli amici – mentre a Fontecolombo scrisse la Regola dell’ordine da presentare al papa.

Una decina di anni dopo Papa Gregorio IX rese santo San Domenico proprio nella cattedrale di Rieti, e anche quando i papi non c’erano più, la città rimase sempre legata al papato e allo Stato della Chiesa. Guelfa nel cuore, si abbellì allora delle mura medievali che vediamo oggi e che non si limitarono più ad abbracciare solo la parte alta della città come in epoca romana. Mentre la cattedrale era stata costruita là dove prima era il foro, nel cuore pulsante della città, molte chiese erano sorte lungo le vecchie mura per sorvegliare il via vai di gente e far pagare i pedaggi, e furono inglobate all’interno delle nuove mura. Sebbene la patrona cittadina sia Santa Barbara, forse martirizzata in provincia di Rieti, il santo più invocato rimane però Sant’Antonio, amatissimo già all’epoca della sua morte tanto che si era pensato di canonizzarlo qui, e a cui viene dedicata una lunga processione dei ceri – se ne occupa la Confraternita della Pia Unione – al culmine del giugno antoniano, in ricordo delle processioni notturne di protesta che i reatini misero in atto quando il santo fu infine canonizzato a Spoleto. I santi e i beati nati in provincia, comunque, sono moltissimi, tanto per ribadire la storica religiosità locale: San Prosdocimo, Beata Colomba, San Giuseppe e Beato Domenico da Leonessa, Santa Filippa Mareri e San Felice da Cantalice, il primo santo cappuccino, sono solo alcuni dei tanti.

lettera-capitolare-una parte fondamentale della storia di Rieti, quella che molti reatini oggi ancora ricordano con nostalgia, è stato il tentativo di rendere questa una città industriale sfruttando le potenzialità della piana. Con nostalgia perché per quasi tutto il Novecento lo zuccherificio di Rieti, il primo in Italia, rappresentò un punto di riferimento per l’intera nazione: aiutò la città a crescere sia dal punto di vista economico che demografico e ad espandersi, attirando anche lavoratori da fuori. Rieti sembrava sulla via dell’industrializzazione, e per di più compatibilmente a quella che per secoli era stata la fonte primaria di sostentamento locale, ovvero l’agricoltura. Nel Cinquecento, così si erano arricchite le grandi famiglie della città: diventando proprietari terrieri e aprendo aziende agricole nella piana.

La Piana Reatina, più volte bonificata a partire dal 271 a.C., essendo un antico lago è sempre stata particolarmente fertile, e mentre oggi si possono osservare distese infinite di girasoli e granoturco passeggiando in bicicletta lungo la pista ciclabile, le colture storiche della zona furono gli ortaggi, i cereali e il guado, usato nel Settecento per tingere di blu le divise dei soldati napoleonici. I maggiori proprietari terrieri nella zona furono i Vincentini, i Vecchiarelli e i Potenziani, a cui si devono le più belle ville in città e la graziosa torretta Potenziani nel cuore della piana. Fu proprio grazie ai Potenziani che l’imprenditore svizzero nel 1887 Emilio Maraini si interessò al neonato zuccherificio di Rieti per sviluppare la coltivazione e la lavorazione della barbabietola da zucchero: dalla collaborazione tra Emilio e il principe Giovanni Potenziani nacque una delle attività più produttive nella Rieti del Novecento. Maraini si stabilì a Rieti e costruì Villa Maraini in via Liberato di Benedetto, nello stile liberty in cui furono costruite anche le ville del quartiere dei Flavi, e ci visse con la moglie, la contessa svizzero-italiana Carolina Sommaruga. Insieme alla Supertessile, poi Viscosa, fino agli anni ‘70 lo zuccherificio fu una delle perle dell’industria reatina, e tutti e due gli stabilimenti si trovavano vicino a quello che oggi è Viale Maraini, una delle arterie principali della città.

Il figlio di Giovanni, il senatore Ludovico Spada Veralli Potenziani, fu invece essenziale in un’altra impresa: quella di Nazareno Strampelli. Il principe reatino concesse all’agronomo e genetista marchigiano alcuni terreni nella piana per creare delle varietà di grano particolarmente produttive e resistenti. Nel 1903 Strampelli aveva ottenuto a Rieti la Cattedra di Granicoltura e aveva scelto la piana come ambiente controllato per sviluppare grani ibridi proprio a partire dal tipo “Rieti”. Il grano è sempre stato un prodotto importante di queste terre, e tre spighe d’oro fanno addirittura parte della statua di Sant’Antonio portata in processione a fine giugno, in ricordo del raccolto miracoloso dopo la primavera piovosa del 1926. Le ricerche al Centro Strampelli di Rieti, comunque, furono un successone, e le “Sementi Elette” si sono diffuse in tutto il mondo, dall’Argentina all’Australia alla Cina.

Il principe Potenziani, aderente al mito futurista della velocità e della tecnologia, contribuì anche alla diffusione delle prime automobili a Rieti, dopo che il primo in assoluto  “strano veicolo, infarinato [e] rumoroso” aveva fatto il suo ingresso in città nel 1899; oggi si svolgono ancora a Rieti la Mille Miglia e la Coppa Carotti, e ci sono diversi club d’auto d’epoca e scuole di restauro. Poco dopo fu inaugurato l’aeroporto, intitolato al pilota Giuseppe Ciuffelli: aeroporto militare strategico durante la Seconda Guerra Mondiale, è oggi sede dell’Aero Club di Rieti, di una stazione meteorologica, del Reparto Volo del Corpo Forestale dello Stato e del poligono per l’addestramento della Scuola Interforze per la Difesa Nucleare Biologica e Chimica delle Forze armate italiane. Non ci si fa mancare niente, insomma.

Campagne di Rieti


Campagne di Rieti



Ritratti


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Bussole


QUANDO VISITARE
INVERNO: in quanto meta di montagna, l’inverno Rieti offre attività di sci sul Terminillo ed i dolci caratteristici del periodo.

 

PRIMAVERA: in primavera, con lo scioglimento delle nevi il fiume Velino cresce e regala colori unici dal turchese all’azzurro.

ESTATE: la città si svuota ma prima potrete sorprendervi con la Processione dei Ceri di Sant’Antonio da Padova. Alla fine dell’estate invece venite a visitare la Fiera Mondiale del Peperoncino.

AUTUNNO: Tra la fiera di Santa Barbara e quella di Santa Lucia, Rieti si sveglia e ci sono innumerevoli manifestazioni enogastronomiche e sportive.

COME ARRIVARE
DA ROMA: prendete la SuperStrada Salaria all’altezza di Ponte Salario, Rieti si trova a metà del percorso verso l’Adriatico, a 80 km da Roma.

 

DA TERNI: per chi decide di prendere il treno da Fiumicino, cambiare ad Orte per Terni ed a Terni per Rieti. Il viaggio durerà 2 ore.

PULLMAN: COTRAL da Roma Tiburtina.

LINGUA
L’italiano è parlato da tutti, anche se le inflessioni dialettali non sono poche.

Il dialetto reatino fa parte dei dialetti sabini, cosi come l’aquilano. Non troverete significative differenze con il ternano o l’ascolano. Si dice che il reatino sia quello che rimane oggi di più simile al latino, con espressioni come “illu” o “issu” per “quello” e “questo”.

Purtroppo, l’inglese o altre lingue non sono molto parlate qui, quindi servirà uno sforzo di integrazione per i turisti stranieri.

MOBILITA'
PARCHEGGIO: pzza.Mazzini

 

Ci sono pullman urbani che vi porteranno anche fuori città al Terminillo, ma la città è piccola e facilmente percorribile a piedi.

Il centro storico è chiuso al traffico, quindi è ottimo per una passeggiata in centro a fare shopping o visitare i monumenti e musei.


Bussole


QUANDO VISITARE
INVERNO: in quanto meta di montagna, l’inverno Rieti offre attività di sci sul Terminillo ed i dolci caratteristici del periodo.

 

PRIMAVERA: in primavera, con lo scioglimento delle nevi il fiume Velino cresce e regala colori unici dal turchese all’azzurro.

ESTATE: la città si svuota ma prima potrete sorprendervi con la Processione dei Ceri di Sant’Antonio da Padova. Alla fine dell’estate invece venite a visitare la Fiera Mondiale del Peperoncino.

AUTUNNO: Tra la fiera di Santa Barbara e quella di Santa Lucia, Rieti si sveglia e ci sono innumerevoli manifestazioni enogastronomiche e sportive.

COME ARRIVARE
DA ROMA: prendete la SuperStrada Salaria all’altezza di Ponte Salario, Rieti si trova a metà del percorso verso l’Adriatico, a 80 km da Roma.

 

DA TERNI: per chi decide di prendere il treno da Fiumicino, cambiare ad Orte per Terni ed a Terni per Rieti. Il viaggio durerà 2 ore.

PULLMAN: COTRAL da Roma Tiburtina.

LINGUA
L’italiano è parlato da tutti, anche se le inflessioni dialettali non sono poche.

Il dialetto reatino fa parte dei dialetti sabini, cosi come l’aquilano. Non troverete significative differenze con il ternano o l’ascolano. Si dice che il reatino sia quello che rimane oggi di più simile al latino, con espressioni come “illu” o “issu” per “quello” e “questo”.

Purtroppo, l’inglese o altre lingue non sono molto parlate qui, quindi servirà uno sforzo di integrazione per i turisti stranieri.

MOBILITA'
PARCHEGGIO: pzza.Mazzini

 

Ci sono pullman urbani che vi porteranno anche fuori città al Terminillo, ma la città è piccola e facilmente percorribile a piedi.

Il centro storico è chiuso al traffico, quindi è ottimo per una passeggiata in centro a fare shopping o visitare i monumenti e musei.

Strade di Rieti


Strade di Rieti